Primo soccorso

I soldi sono già partiti.

La prima cosa da sapere è che la vergogna fa parte del progetto. Il copione è costruito anche per quello che succede dopo: chi si vergogna aspetta, e chi aspetta perde le uniche ore in cui qualcosa si può ancora fermare.

Non sei stato ingenuo. Sei stato il bersaglio di un metodo provato su migliaia di persone, e tra queste ci sono commercialisti, ingegneri, poliziotti e direttori di banca. Adesso conta solo l’ordine delle prossime mosse.

Le prime due ore, in ordine

  1. Blocca lo strumento

    Dall’app, o dal numero verde stampato sul retro della carta, o in filiale. Blocca la carta e, se hai dato credenziali di accesso, chiedi il blocco dell’operatività a distanza. Se hai installato qualcosa su richiesta di qualcuno, spegni prima la connessione del dispositivo e usane un altro per queste chiamate.

  2. Chiedi esplicitamente il richiamo del bonifico

    Si chiama così: richiamo o revoca. Chiedi che la banca contatti quella del beneficiario per tentare di bloccare i fondi. Funziona solo se sono ancora fermi lì, e in genere non lo sono per più di qualche decina di minuti — ma è gratis e ogni tanto riesce. Se non lo chiedi tu, spesso non lo fa nessuno.

    Fatti dare il numero della segnalazione e l’ora esatta della tua chiamata: serviranno dopo.

  3. Fotografa tutto, prima che sparisca

    SMS, chat, email complete di mittente, numeri di telefono, IBAN, nome del beneficiario, schermate dei movimenti con data e ora, il link su cui hai cliccato, il nome del programma che hai installato. I profili social e i siti dei truffatori vengono chiusi in fretta.

  4. Denuncia

    A qualunque comando dei Carabinieri o commissariato di Polizia, oppure — per le truffe informatiche — attraverso il portale del Commissariato di PS online. Non è un passaggio burocratico: la banca ti chiederà gli estremi della denuncia, e senza denuncia molte pratiche di rimborso non si aprono nemmeno.

  5. Contesta per iscritto alla banca

    Anche se hai già telefonato. Una comunicazione scritta — via PEC o raccomandata all’ufficio reclami — fissa la data, e la data conta: la legge chiede di segnalare l’operazione non autorizzata senza indugio da quando te ne accorgi.

    Scrivi che disconosci le operazioni, elencale una per una con data, ora e importo, allega la denuncia e chiedi il rimborso.

  6. Cambia le credenziali, da un dispositivo pulito

    Prima l’email, che è la chiave di tutto il resto, poi la banca, poi tutto ciò che condivideva quella password. Attiva la verifica in due passaggi ovunque sia possibile.

Il rimborso: da cosa dipende davvero

Tutto ruota attorno a una distinzione, ed è utile conoscerla prima di parlare con la banca.

Come si scrive la contestazione

Descrivi i fatti in ordine cronologico, con gli orari. Indica che il contatto è avvenuto da un numero o da un mittente che riproduceva quelli dell’istituto. Chiedi espressamente alla banca di dire per iscritto quali controlli antifrode hanno rilevato o non rilevato l’operazione e con quale strumento è stata autenticata. Le risposte, o le mancate risposte, sono la parte più utile del fascicolo se poi si va avanti.

Se la banca dice di no

  1. Il reclamo formale

    Va all’ufficio reclami dell’intermediario. Per i servizi di pagamento la risposta è dovuta entro quindici giornate operative, prorogabili in casi eccezionali con motivazione. Il silenzio, di per sé, apre il passo successivo.

  2. Il ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario

    Si presenta dopo il reclamo, senza avvocato, con un contributo di venti euro che viene rimborsato se il ricorso è accolto. Il termine è di dodici mesi dal reclamo. La decisione non è un’ordinanza esecutiva, ma l’inadempimento dell’intermediario viene reso pubblico, e nella pratica la grande maggioranza delle decisioni viene eseguita.

  3. La via giudiziaria

    Resta aperta in ogni caso, anche dopo l’Arbitro. Ha senso valutarla soprattutto quando l’importo è rilevante o quando la banca ha ignorato segnali evidenti.

Casi particolari

Le quattro cose da non fare

Dopo, il rischio più alto sei tu

Non pagare nessuno che prometta di recuperare i soldi. Non esistono società private che recuperano fondi da truffe, non esistono «fondi di indennizzo» che chiedono un anticipo, non esistono avvocati che ti scrivono su WhatsApp perché hanno saputo del tuo caso. È la seconda truffa, e spesso la fanno le stesse persone: sanno già che hai i soldi e che sei disposto a rischiare per riaverli.

Non fare altri pagamenti «per sbloccare» quelli precedenti. Ogni pagamento richiesto per liberare del denaro ne genera un altro. Sempre.

Non cancellare niente per la rabbia o l’imbarazzo: chat, numeri e ricevute sono le prove.

Non tenerlo per te. Dirlo a una persona di famiglia, subito, è anche il modo più efficace per non cadere nella seconda truffa: chi decide da solo, dopo un colpo del genere, decide male.

Dove si segnala

Questo sito non raccoglie segnalazioni, non risponde a messaggi e non ha moduli di contatto. Le truffe si denunciano alla Polizia di Stato; le operazioni non autorizzate si contestano per iscritto alla propria banca.

Dove e come segnalare →

Fonti

Verificato il 19 agosto 2026