Copione 35 · account rubati e dispositivi collegati
Il messaggio arriva dal numero vero. Non prova niente.
Nel copione del «ciao mamma» il numero è nuovo e la scusa è che il telefono si è rotto. Qui non c’è nessuna scusa da inventare: il messaggio arriva dal numero di sempre, con la foto di sempre, in fondo alla conversazione che avete da anni. Chi scrive può rileggere quello che vi siete detti e citarlo. Non ha rubato un telefono: ha preso possesso di un account, oppure ci si è agganciato senza toglierlo al proprietario, che intanto continua a usarlo e non vede nulla.
Due modi per entrare, un solo risultato
Il primo modo è il più vecchio ed è ancora il più diffuso. WhatsApp è legato a un numero di telefono, e per attivarlo su un apparecchio nuovo basta ricevere un codice a sei cifre via SMS su quel numero. Il truffatore, che ha già rubato l’account di un tuo contatto, ti scrive da lì: «ti è arrivato per sbaglio un codice? me lo mandi?». Il codice è arrivato davvero, perché è lui che ha chiesto a WhatsApp di attivare il tuo numero sul suo telefono. Se glielo giri, l’account è suo e tu ne sei fuori. Da quel momento tocca ai tuoi contatti ricevere la stessa richiesta, e poi quelle di denaro.
Il secondo modo è più recente e più silenzioso. WhatsApp permette di usare lo stesso account da un computer o da un altro apparecchio inquadrando un codice QR: è la funzione «dispositivi collegati». Chi riesce a farti inquadrare il suo codice — una finta pagina di WhatsApp Web, un link «vota mia nipote al concorso», un momento in cui ha avuto il tuo telefono in mano — ottiene una copia della tua chat che funziona in parallelo alla tua. Tu non vieni disconnesso, non ricevi avvisi, continui a scrivere e a leggere come sempre. Lui, dall’altra parte, scrive ai tuoi contatti e cancella i messaggi prima che tu li veda, oppure archivia la conversazione. Per te non è successo niente.
Le foto «a visualizzazione unica» e i messaggi effimeri servono a lui, non a te: la prova di quello che ha scritto sparisce da sola. Quando arrivi a chiederti che cosa è successo, nella chat non c’è più nulla da leggere.
Il codice a sei cifre non lo chiede solo un amico con l’account rubato. Il 1° ottobre 2026 Infobae ha raccontato il caso di una donna che vendeva la sua auto su Mercado Libre. La chiama un uomo che si presenta come compratore: ha una disabilità e non può spostarsi, a vedere l’auto andrà sua moglie, da sola, e prima vuole una videochiamata per sapere chi la riceverà, per «conoscervi e vedervi in faccia». Quando provano ad avviarla, lui tira fuori un’incompatibilità: lei ha un iPhone, lui uno Xiaomi, e per farli funzionare insieme lei dovrebbe attivare la condivisione dello schermo, dal comando in basso nell’app. Lei rifiuta, e lui cambia versione: il problema lo risolve lui, basta un codice. «Per sincronizzare le fotocamere, passami il codice che ti è arrivato.» Lei ha riattaccato e lo ha bloccato. Il codice, ha avvertito lei stessa nel video che ha pubblicato sui social, serviva a prendersi il suo WhatsApp e a chiedere soldi ai suoi contatti.
La condivisione dello schermo era la strada più corta. Se la accetti, chi è dall’altra parte vede in tempo reale quello che compare sul tuo telefono, notifiche comprese; e se in quel momento chiede a WhatsApp di attivare il tuo numero sul suo apparecchio, il codice ti arriva in una notifica e lui può leggerlo da solo, senza che tu glielo detti. Per questo la regola qui sotto ha un seguito: il codice non si gira a nessuno, e lo schermo non si condivide con chi non conosci. Un compratore vero non ha bisogno né dell’uno né dell’altro per guardare in videochiamata un’auto, un mobile o un telefono.
Il copione, mossa per mossa
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Il contatto
Un messaggio nella conversazione vera, dal numero vero. A volte è preceduto dalla richiesta del codice a sei cifre; a volte no, perché il truffatore è già dentro. Il tono è quello della persona, e se non lo è lo ha imparato leggendo i messaggi precedenti: sa come ti chiama, sa se vi date del tu, sa che cosa vi siete detti la settimana scorsa.
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Il pretesto
Un’urgenza piccola e credibile: un pagamento che non passa perché «la banca mi ha bloccato la carta», una ricarica da fare per un parente, una prenotazione da confermare entro stasera, un bonifico da girare a un IBAN «di un amico» perché il suo conto è fermo. Cifre da qualche centinaio di euro, mai enormi: abbastanza da valere la pena, non abbastanza da farti fermare a pensare.
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La leva: la fiducia già costruita
In tutti gli altri copioni il truffatore deve conquistarsi la tua fiducia da zero. Qui la trova pronta, costruita in anni da qualcun altro. Non deve convincerti di essere tuo cugino: sei tu che lo dai per scontato, perché nella tua esperienza quel numero e quella foto sono sempre stati lui.
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L’isolamento: «non posso chiamare»
Il punto debole del copione è la voce. Chi ha rubato l’account non ha il telefono, e chi usa un dispositivo collegato non può rispondere a una chiamata su quel numero. Quindi la chiamata va evitata, e la scusa arriva prima ancora che tu ci pensi: «sono in riunione», «ho il microfono rotto», «sono all’estero e non prende», «scrivimi qui che faccio prima». Se insisti, la conversazione si fa fredda o cambia argomento.
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Il canale irreversibile
Un bonifico istantaneo su un IBAN che non è il suo, una ricarica su una carta prepagata, un pagamento con un link. Se non funziona, i codici di una carta regalo. Tutte strade senza ritorno, come in ogni altro copione: la differenza è solo che qui ci arrivi con meno resistenze.
«Ciao! Ti è arrivato per sbaglio un mio codice a sei cifre? Me lo mandi, l’ho richiesto io per errore.»
«Scusa se ti disturbo, sono in una situazione assurda: la banca mi ha bloccato tutto e devo fare un pagamento entro le sei.»
«Non posso chiamare, sono in riunione fino a tardi. Scrivimi qui.»
«Ti mando l’IBAN di un mio amico, il mio conto è fermo. Domani te li ridò.»
«Vota mia nipote al concorso, ci vuole un secondo: inquadra questo codice.»
Un messaggio che chiede soldi si verifica con una telefonata, sempre, anche quando arriva dal numero di tua sorella. Non una chiamata su WhatsApp, che passa dallo stesso account: una telefonata normale, al numero che hai in rubrica. Chi ha rubato l’account non ha la SIM, e chi usa un dispositivo collegato non risponde a quel telefono. Se la persona vera risponde, in dieci secondi sai tutto. Se non risponde, aspetti che richiami: nessuna urgenza vera si risolve in un pomeriggio con un bonifico a un IBAN sconosciuto.
Il codice a sei cifre non si gira a nessuno, per nessuna ragione. Non esiste un caso in cui un codice destinato al tuo numero serva a un’altra persona: se qualcuno te lo chiede, sta attivando il tuo WhatsApp sul suo telefono, e quel qualcuno non è il tuo amico, è chi gli ha già rubato l’account.
C’è poi una verifica che si fa a freddo, prima che succeda qualunque cosa: nelle impostazioni di WhatsApp, alla voce «Dispositivi collegati», ci devono essere solo apparecchi che riconosci. Tutto il resto si scollega da lì, in un tocco. Nella stessa schermata delle impostazioni si attiva la «verifica in due passaggi», un PIN che WhatsApp chiede prima di attivare il numero su un apparecchio nuovo: con quello, il codice a sei cifre da solo non basta più.
Perché qui cadono anche i più prudenti
Le difese che ti hanno insegnato sono tutte contro lo sconosciuto: il numero che non conosci, la foto profilo che non corrisponde, il tono che non è il suo. Questo copione le supera tutte in partenza, perché non c’è nulla di sconosciuto. La conversazione è la vostra. Quando chi ti scrive cita una cosa che vi siete detti a Pasqua, non è un trucco: l’ha letta. Ed è proprio la prova che dovrebbe rassicurarti — «sa cose che sa solo lui» — a diventare la prova di niente.
Il proprietario dell’account, intanto, non può aiutarti, perché non sa. Nel caso del dispositivo collegato non ha perso nulla: il suo WhatsApp funziona, i messaggi partono e arrivano, e quelli scritti dal truffatore vengono cancellati prima che li veda. Lo viene a sapere quando un amico gli telefona per chiedergli se davvero ha bisogno di novecento euro. Se nessuno telefona, non lo viene a sapere per giorni.
Chi si è fermato in tempo racconta sempre la stessa cosa, anche qui: non è stato un dettaglio tecnico. È stato il rifiuto dell’altro di parlare a voce.
Se hai girato il codice, il tuo account è su un altro telefono. Rientra subito: reinstalla WhatsApp e chiedi un nuovo codice sul tuo numero. Appena rientri, l’altro apparecchio viene scollegato. Se ti viene chiesto un PIN che non hai mai impostato, l’ha messo il truffatore: WhatsApp lo lascia decadere dopo sette giorni e poi puoi rientrare. Nel frattempo avvisa i tuoi contatti per un’altra via — una telefonata, un SMS, un messaggio su un’altra app — perché stanno già ricevendo le richieste di denaro a nome tuo.
Se sospetti un dispositivo collegato, vai in «Dispositivi collegati» ed esci da tutto quello che non riconosci. Poi guarda le conversazioni archiviate: è lì che finiscono le chat che il truffatore ha voluto nasconderti.
Se hai mandato i soldi, chiama la banca e chiedi il richiamo del bonifico dicendo che è stato ottenuto con l’inganno, poi mettilo per iscritto. Denuncia alla Polizia di Stato portando gli screenshot, l’IBAN, l’orario. E telefona alla persona di cui hanno usato l’account: probabilmente non sa ancora niente e altri stanno per cascarci.
A volte il messaggio dal numero vero non chiede denaro ma un favore piccolo: «entra in questo gruppo», «inquadra questo codice per votare», «installa questa app che ti mando». Il denaro non compare mai, perché l’obiettivo sei tu: il codice che inquadri è quello che collega il tuo account al suo computer, e da domani il numero vero da cui partono le richieste sarà il tuo.
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Dove si segnala
Le truffe si denunciano alla Polizia di Stato; le operazioni non autorizzate si contestano per iscritto alla propria banca. Questo sito non raccoglie segnalazioni di truffe subite e non risponde a richieste di assistenza.
Fonti
- Codice penale, art. 615-ter — accesso abusivo a un sistema informatico o telematico; art. 494 — sostituzione di persona; art. 640 — truffa; art. 640-ter — frode informatica.
- WhatsApp, Centro assistenza — «Dispositivi collegati» (uso dell’account da altri apparecchi tramite codice QR) e «Verifica in due passaggi» (PIN richiesto alla registrazione del numero su un apparecchio nuovo); recupero dell’account e attesa di sette giorni quando il PIN è stato impostato da altri.
- Polizia Postale — avvisi ricorrenti sul furto degli account WhatsApp tramite la richiesta del codice di verifica a sei cifre e sulle richieste di denaro inviate ai contatti della vittima.
- Policía Nacional (Spagna), settembre 2026, riportato dalla stampa — variante con dispositivo collegato: il truffatore opera in parallelo al titolare, che non viene disconnesso e non vede i messaggi inviati a suo nome; uso delle foto a visualizzazione unica per non lasciare traccia.
- D.lgs. 27 gennaio 2010, n. 11 — operazioni di pagamento, richiamo del bonifico e obblighi del prestatore di servizi di pagamento.
Verificato il 2 ottobre 2026