Copione 44 · il canale: sportelli di criptovalute

«Vada allo sportello, inserisca le banconote e inquadri questo codice.»

L’inizio è quello di un altro copione qualsiasi: il finto poliziotto, il finto operatore della banca, il tecnico, il fidanzato conosciuto online. Il finale è nuovo. Ti mandano a uno sportello automatico che accetta contanti e li converte in criptovaluta, e ti fanno inquadrare un codice QR che ti hanno appena inviato: è l’indirizzo di un portafoglio digitale, il loro. Lo sportello stampa una ricevuta, e i soldi sono già dall’altra parte del mondo. Non c’è una banca a cui chiedere il richiamo, non c’è un corriere da descrivere, non c’è un impiegato che ti abbia fatto una domanda.

Perché il truffatore lo preferisce al bonifico

Un bonifico lascia un IBAN, passa da una banca che può fermarlo e può essere richiamato. Il contante consegnato a un incaricato richiede una persona in carne e ossa che venga a prenderlo, e quella persona è un rischio. Lo sportello di criptovalute non ha nessuno dei due problemi: prende le banconote da te, direttamente, e le trasforma in secondi in qualcosa che non si può bloccare e non si può restituire. Per chi organizza la truffa è il canale perfetto, e per questo compare sempre più spesso come finale di copioni nati per il bonifico o per il corriere. L’FBI, nell’avviso del settembre 2026 sui finti funzionari e i finti poliziotti, elenca fra i pagamenti pretesi le carte prepagate, i corrieri, i bonifici, le criptovalute «e il contante inserito negli sportelli di criptovalute».

Negli Stati Uniti, dove questi sportelli sono migliaia, le cifre sono note: 389 milioni di dollari sottratti così nel solo 2025 secondo l’FBI, circa due terzi a persone anziane. La città di San Diego, che ne conta 110, sta per obbligare i gestori a esporre un cartello con scritto «Attenzione: la criptovaluta può essere usata per le truffe», seguito da due righe che valgono anche qui: è quasi certamente una truffa se stai mandando denaro a qualcuno che non hai mai incontrato di persona, o a qualcuno che dice di essere delle forze dell’ordine. A Omaha, dove i cartelli esistono già, le truffe agli sportelli sono calate dell’80 per cento in un anno. Il cartello non spiega niente di nuovo: dice l’unica cosa che nessuno al telefono ti lascia il tempo di pensare.

In Italia gli sportelli sono meno, ma esistono, in negozi e centri commerciali, e chi ti manda lì sa dove sono. Chi li gestisce può essere un operatore regolarmente autorizzato, e lo sportello può essere perfettamente legale. La truffa non è lo sportello. È la persona che ti ci sta accompagnando al telefono.

Il copione, mossa per mossa

  1. Il contatto: uno qualsiasi degli altri copioni

    Una telefonata dalla «polizia» o dalla «procura», dalla «banca», dal «supporto tecnico»; un messaggio dal fidanzato online che ha un’emergenza; un’offerta di investimento. Il canale non ha un contatto suo: si innesta sugli altri.

  2. Il pretesto

    Il conto è compromesso e i risparmi vanno «messi al sicuro» in un portafoglio digitale protetto; c’è una cauzione da pagare per un parente; c’è una multa, un’imposta, una sanzione da saldare subito; c’è un investimento da alimentare. Il contante va prelevato in banca, e per la banca serve una bugia già pronta: «se le chiedono il motivo, dica che è per una ristrutturazione».

  3. La leva: la paura e l’autorità

    Chi finisce allo sportello ci arriva quasi sempre spaventato: un’accusa, un conto in pericolo, un familiare nei guai. Il denaro contante in mano rende tutto più vero, e lo sportello, che ha l’aspetto di una macchina ufficiale, sembra un posto sicuro dove metterlo.

  4. L’isolamento: la voce che resta in linea

    Non ti lasciano mai. Restano al telefono mentre prelevi, mentre guidi, mentre sei davanti allo sportello: «non riattacchi, non parli con nessuno, se qualcuno le chiede cosa sta facendo dica che è per suo nipote». La procedura è complicata quanto basta perché tu abbia bisogno di loro a ogni passaggio: «prema qui, ora inserisca le banconote, ora inquadri il codice che le ho mandato».

  5. Il canale irreversibile

    Il codice QR che inquadri è l’indirizzo del loro portafoglio. Lo sportello conta le banconote, compra criptovaluta e la manda lì. Stampa una ricevuta. È finita, e non è recuperabile: non c’è un’operazione da contestare, perché l’hai fatta tu, in contanti, a una macchina. Se c’è un limite giornaliero, ti fanno tornare domani.

Lo dice così

«I suoi risparmi sono in pericolo: li mettiamo al sicuro in un portafoglio digitale protetto dallo Stato.»

«Prelevi in contanti. Se in banca le chiedono il motivo, dica che è per dei lavori in casa.»

«C’è uno sportello nel centro commerciale. Io resto in linea, non riattacchi per nessun motivo.»

«Inquadri questo codice: è il portafoglio dell’ufficio. Vedrà che è tutto tracciato.»

«Il limite è di duemila euro al giorno. Domani facciamo il resto.»

La regola, e non ha eccezioni

Nessuna autorità, nessuna banca, nessun ufficio, nessun avvocato, nessun tecnico e nessun fidanzato si fa pagare a uno sportello di criptovalute. Non esiste il portafoglio «dello Stato», «della procura» o «della banca»: il codice QR che ti mandano è il portafoglio di chi ti sta parlando, e i contanti che inserisci sono suoi nel momento in cui la macchina li conta.

Se non hai mai comprato criptovalute per tua scelta, non le stai comprando adesso: stai pagando qualcuno. E chi ti tiene al telefono mentre vai allo sportello è la prova, non la garanzia. Nessuna procedura vera ha bisogno di una voce che ti accompagni fino a una macchina e ti dica cosa rispondere a chi ti fa domande.

Perché lo sportello sembra un posto sicuro

Perché somiglia a un bancomat, sta in un negozio o in un centro commerciale, ha uno schermo, stampa una ricevuta. Tutto dice «operazione registrata». E in un certo senso lo è: la transazione esiste, ha un numero, è scritta per sempre. Ma è registrata come un acquisto di criptovaluta fatto da te e spedito a un indirizzo che hai scelto tu. La macchina ha fatto esattamente quello che le hai chiesto. Per questo il cartello di San Diego è scritto per chi è già davanti allo sportello, con le banconote in mano e il telefono all’orecchio: è l’ultimo momento in cui una frase può ancora entrare.

Se hai già inserito i contanti

La transazione non si annulla e nessuno può richiamarla, nemmeno il gestore dello sportello. Quello che hai in mano, la ricevuta, è però la prova più importante: contiene l’indirizzo del portafoglio a cui sono andati i soldi e l’identificativo della transazione. Conservala, fotografala e portala subito alla denuncia, insieme al numero da cui ti hanno chiamato e agli orari: dall’indirizzo del portafoglio gli investigatori possono seguire dove i fondi vengono spostati e su quali piattaforme finiscono, ed è lì che a volte si riesce a bloccare qualcosa. Segnala anche al gestore dello sportello, il cui nome è sulla ricevuta.

Poi aspettati la seconda telefonata: chi ha perso soldi così viene ricontattato da un finto «ufficio recupero» che, dietro un anticipo, promette di riaverli. Sono le stesse persone, e il copione è in paga per incassare.

Lo stesso finale, altri contanti

Quando lo sportello non è a portata, il finale cambia strumento ma non logica. Ti fanno comprare carte regalo e dettare i codici; ti fanno consegnare i contanti, o l’oro comprato con quei contanti, a un incaricato che passa a ritirare; ti fanno fare una ricarica su una carta prepagata. La domanda che li smaschera tutti è una: perché chi dice di volermi proteggere ha bisogno che i miei soldi diventino qualcosa che non si può più fermare?

Dove si segnala

Le truffe si denunciano alla Polizia di Stato; le operazioni non autorizzate si contestano per iscritto alla propria banca. Questo sito non raccoglie segnalazioni di truffe subite e non risponde a richieste di assistenza.

Dove e come segnalare →

Fonti

Verificato il 19 settembre 2026