Copione 13 · email aziendali
Il cambio IBAN del fornitore.
Il fornitore di sempre scrive che ha cambiato banca e allega le nuove coordinate. Il tono è quello giusto, la firma pure, la fattura corrisponde a un ordine reale. In molti casi il messaggio parte davvero dalla sua casella: è lui a essere stato violato, prima di te.
Perché è difficile da vedere
Le altre truffe si riconoscono da un dettaglio fuori posto. Qui il dettaglio fuori posto è uno solo, ed è un numero che nessuno ricorda a memoria. Tutto il resto è autentico: il fornitore esiste, l’ordine esiste, l’importo corrisponde, la fattura è quella giusta.
Il vantaggio di chi attacca è il tempo passato a leggere. Chi è entrato nella casella di posta — del fornitore, o vostra — resta in silenzio per settimane, legge lo scambio, impara i nomi, le abitudini, le scadenze, e interviene nel momento esatto in cui un pagamento è atteso. Non deve inventare niente: deve solo sostituire un IBAN dentro una conversazione che stava già avvenendo.
Il copione, mossa per mossa
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Il contatto
Un’email dentro un thread esistente. Nella versione peggiore parte dalla casella vera del fornitore, violata tempo prima. Nella versione più comune parte da un dominio quasi identico, con una lettera cambiata o un’estensione diversa, che nessuno legge davvero quando risponde in fretta.
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Il pretesto: il cambio banca
«Abbiamo cambiato istituto», «il vecchio conto è in verifica», «per i pagamenti dall’estero usiamo un altro conto». Sono motivi ordinari, che nella vita di un’azienda capitano davvero.
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La leva: la routine
Non c’è nessuna emozione da sfruttare, e non serve. Il pagamento è già previsto, l’ufficio amministrativo lo deve fare comunque, e la modifica arriva come un dettaglio operativo fra i tanti della giornata.
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L’isolamento: il thread
Chi attacca controlla la conversazione. Se qualcuno chiede conferma via email, risponde lui, con lo stile giusto. In alcuni casi imposta regole nella casella violata perché i messaggi del fornitore vero finiscano in una cartella che il titolare non guarda.
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Il canale irreversibile
Un bonifico ordinario, di importo coerente con la fattura. La scoperta avviene settimane dopo, quando il fornitore vero sollecita un pagamento che risulta già eseguito. A quel punto il conto di destinazione è vuoto da tempo.
«Vi informiamo che dal mese corrente le coordinate bancarie sono variate. Vi preghiamo di aggiornare i vostri archivi.»
«Il conto precedente è temporaneamente soggetto a verifiche dell’istituto, vi chiediamo di utilizzare le nuove coordinate per il saldo della fattura in scadenza.»
«Confermiamo, l’IBAN indicato nella nostra ultima comunicazione è corretto.»
Ogni variazione di coordinate bancarie si conferma per telefono, chiamando un numero preso dai vostri archivi — il contratto, una fattura vecchia, la rubrica aziendale — e mai un numero contenuto nell’email che comunica la variazione. Chi controlla la casella controlla anche i recapiti scritti dentro quella casella.
La telefonata va fatta a una persona che conoscete, e la domanda deve essere aperta: non «confermate l’IBAN che finisce per 4471?», ma «quale IBAN dobbiamo usare?». La prima domanda si può confermare a caso, la seconda no.
Le tre regole che rendono l’azienda un bersaglio scomodo
- Il cambio IBAN è una procedura, non un’email. Chi può modificare le coordinate di un fornitore in anagrafica dev’essere una persona diversa da chi dispone il pagamento, e la modifica va tracciata con la data e il nome di chi l’ha eseguita.
- Doppia firma sopra una soglia. Una seconda autorizzazione sui bonifici oltre un certo importo non impedisce l’errore, ma impone che due persone guardino lo stesso numero in due momenti diversi. E' il singolo controllo che ferma più casi.
- L’autenticazione a due fattori sulle caselle di posta. Tutta la truffa nasce dalla lettura prolungata di una conversazione. Senza accesso alla casella, chi attacca deve ricorrere al dominio simile, che è molto più facile da notare.
Dal 9 ottobre 2025, per i bonifici in euro, la banca deve verificare la corrispondenza fra il nome del beneficiario e l’IBAN e segnalare le divergenze prima della conferma. In questo copione l’avviso è spesso l’unico segnale che compare, perché l’IBAN fraudolento è quasi sempre intestato a un nome diverso da quello del fornitore.
Non sostituisce la telefonata, soprattutto dove i pagamenti partono in blocchi e i controlli scorrono in fretta. Ma quando l’avviso compare, va trattato come un fermo, non come una formalità da confermare.
Chiamate la banca nel giro di minuti, non di ore, e chiedete il richiamo del bonifico indicando che si tratta di una frode. Se il denaro non è ancora stato prelevato dal conto di destinazione, è l’unico momento in cui può essere bloccato.
Avvisate il fornitore su un canale diverso dall’email, perché se la casella violata è la sua le vostre comunicazioni vengono lette da chi ha condotto l’attacco.
Presentate denuncia con la documentazione completa: l’intestazione tecnica dei messaggi, l’IBAN, la fattura e l’ordine. Fate poi verificare le caselle aziendali, controllando in particolare le regole di inoltro impostate di recente e gli accessi da posizioni inconsuete.
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Dove si segnala
Questo sito non raccoglie segnalazioni, non risponde a messaggi e non ha moduli di contatto. Le truffe si denunciano alla Polizia di Stato; le operazioni non autorizzate si contestano per iscritto alla propria banca.
Fonti
- Codice penale, art. 640 — truffa; art. 615-ter — accesso abusivo a un sistema informatico.
- D.lgs. 27 gennaio 2010, n. 11 — operazioni di pagamento e responsabilità del prestatore di servizi.
- Regolamento (UE) 2024/886 — verifica della corrispondenza fra nome del beneficiario e IBAN, applicabile dal 9 ottobre 2025.
- Polizia di Stato — Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, avvisi sulle frodi ai danni delle imprese.
Verificato il 25 agosto 2026